Un isola in terra ferma:
L'Amiata, appartata rispetto alle valli e alle colline della
Toscana meridionale, è una vasta regione con al centro
il grande massiccio di origine vulcanica comprendente la vetta
(1738 m) da cui partono tre diramazioni: a nord la zona collinare
che arriva al fiume Orcia con i Poggi di Castiglione e di Rocca
d'Orcia; a sud la dorsale con il Monte Civitella che separa
le alte valli del Paglia e del Fiora; a ovest il gruppo dei
monti con l'Aquilaia e il Monte Labbro. Terra un tempo coltivata
con seminativi e vigneti, ricoperta nelle pendici della montagna
di boschi di castagni e faggi, per la sua posizione è
sempre stata considerata come terra di confine, prima fra l'impero
ed il "patrimonium Petri" poi fra la Repubblica di
Siena, il Granducato di Toscana e lo Stato della Chiesa. Terra
di transito, percorsa dalla via Francigena, la più importante
arteria di collegamento fra Roma e il nord nel medioevo, è
terra ricca di storia con la presenza di centri storici, di
rocche, chiese e castelli.
Dal XI al XII secolo nasce una fitta rete di castelli che cinge
i fianchi dell'Amiata come Abbadia,
Piancastagnaio, Santa Fiora, Arcidosso, Castel del Piano e Vivo,
o che si inerpicano in poggi isolati come Radicofani, Castell'Azzara,
Montelaterone, Monticello, Montenero, Seggiano, Campiglia, Castiglioni
d'Orcia, Rocca a Tintinnano e Contignano.
La montagna vive dentro i suoi antichi castelli sino alla seconda
metà dell'800 quando incomincia una lenta rivoluzione
industriale con l'apertura delle miniere di mercurio. La sua
storia, nel secolo XX, è la storia dei rapporti mutevoli
fra una società arcaica definita "un'isola in terra
ferma" e un'industria che cambierà i vecchi e secolari
equilibri economici e che farà nascere divisioni e scontri
ideologici, ma che non intaccherà il forte senso di identità
e di radicamento della sua gente alla terra e alle tradizioni.
David Lazzaretti, nella seconda metà dell'800, fondò
nell'Amiata un movimento religioso contadino, la Chiesa Giurisdavidica,
che aveva le sue radici nel "cristianesimo popolare e democratico"
dei Vangeli in antitesi con la mentalità conservatrice
dominante. Con le sue idee riformiste e comunitarie attirò
l'odio della Chiesa e delle autorità civili del tempo.
Per questo venne ucciso, mentre era alla guida di una pacifica
processione partita dall'eremo del Monte Labbro dove aveva sede
la sua comunità.
Un'abbazia, una comunità.
Il Medioevo
Le campagne altomedievali sono inizialmente costellate da piccole
case sparse che sostituiscono i villaggi di età romana.
Con la fine del VII sec., quando la zona è ancora appartenente
alla diocesi di Chiusi, si formano piccole comunità attorno
ad alcune chiese comparse lungo le strade. E' un orizzonte caratterizzato
da un'economia di pura sussistenza. La fondazione dell'abbazia
regia da parte del nobile Erfo (alla metà dell'VIII sec.
o poco prima) determina profondi cambiamenti. I resti archeologici
della prima fase sono pochi poiché l'edificio originario
sarà stato in gran parte distrutto dalla costruzione
della chiesa dell'abate Winizo nell'XI secolo. Capanne nei pressi
dell'abbazia e del borgo dovevano servire come ricoveri per
gli attrezzi e per gli animali e, talvolta, anche per le persone.
Il ritrovamento più frequente nel raggio di 4 km dall'abbazia
è tuttavia rappresentato da vasche scavate nella pietra
trachitica locale. Queste vanno interpretate come strumenti
per la pigiatura dell'uva e la produzione del vino. L'abbazia
plasma un proprio paesaggio, per la prima volta aperto alle
colture e costellato da vigneti. Nella valle del Paglia crescono
sensibilmente i villaggi sorti già in età romana:
Callemala, Paliano e Burgorico, ciascuno abitato da 200-300
persone e collegato all'abbazia da numerose strade. In questo
periodo la via Francigena è percorsa da numerosi pellegrini,
diretti a Roma dal nord Europa e da altre parti d'Italia. Locande,
situate nei villaggi attraversati dalla strada, assicurano ai
viaggiatori accoglienza, ristoro e cure per i corpi mentre sulle
pendici la ricca e potente abbazia fornisce conforto per lo
spirito. Generalmente nelle età tardoantica e altomedievale
i boschi rioccupano gran parte dei terreni disboscati. Nel monte
Amiata, al contrario, la fondazione abbaziale e la crescita
della forza lavoro e delle bocche da sfamare determinano un
intenso disboscamento che libera alla coltivazione ingenti superfici.
Sono stati individuati siti medievali attualmente del tutto
nascosti dalla vegetazione ad alto fusto. Ciò dimostra
che, al momento in cui gli insediamenti erano in vita, il bosco
aveva dimensioni ridotte rispetto ad oggi. Nel Medioevo il bosco
iniziava a partire dalla quota dei 1000 metri, al di sotto della
quale sorgevano i villaggi di S. Lorenzo e S. Andrea. La vegetazione
ricoprì i siti abbandonati fra il tardo medioevo e l'età
moderna. La seconda metà del IX sec. segna l'inizio del
declino, che si compie nel X sec. quando gli Ottoni privano
la prestigiosa istituzione del suo territorio. Una ripresa si
avrà soltanto a partire dalla fine del X sec. e soprattutto
agli inizi dell'XI, con l'attività dell'abate Winizo,
costruttore della chiesa ancora oggi visibile. La nuova prosperità
è però apparente, dovuta più alle donazioni
aristocratiche che a un effettivo benessere. Alla fine del XII
sec. l'abbazia è virtualmente controllata dal Castrum
e i borghi del fondovalle sono semplici contrade rurali. L'abbazia
controllerà il territorio fino al XII secolo ovvero fino
a quando la potente famiglia degli Aldobrandeschi, attraverso
i castelli, non includerà il monte Amiata nei propri
possedimenti. Il castello stesso di Abbadia,
formalmente di pertinenza dell'abate, dipendeva dalla rocca
aldobrandesca di Radicofani. La progressiva decadenza del monastero
è interrotta, nel 1227, dal passaggio all'ordine cistercense,
che opera nella chiesa e negli altri edifici sostanziali ristrutturazioni.
Questa fase di ripresa si chiude però con il terremoto
del 1287, autore di notevoli distruzioni, alcune delle quali
mai riparate, e con la Peste Nera del 1348.
Dal 1590 al 1619, il monastero venne ristrutturato con la costruzione
di un nuovo chiostro. Dopo la soppressione dell'abbazia nel
1782 da parte del Granduca Pietro Leopoldo la chiesa venne affidata
alla compagnia di San Marco Papa, mentre il monastero venne
venduto ai privati.
il Borgo di Abbadia:
Fortificato dagli abati per far fronte alle pressioni orvietane
e senesi, fu libero comune dal 1212 al 1347 quando cadde sotto
il controllo di Siena. L'economia è di tipo silvo - pastorale,
con scarsa produzione di grano, dell'olivo e della vite. La
farina di castagne è stata per secoli l'alimento primario.
La struttura sociale è formata in prevalenza da contadini,
pastori e boscaioli, affiancati da numerosi artigiani, tessitori
di lana, lino e canapa, tintori, vasai, fabbri, calzolai, pellicciai,
falegnami, calderai. La comunità è costituita
in prevalenza da poveri e da un ceto locale di piccola borghesia,
sempre gelosa e attenta a non permettere a nobili e forestieri
di inserirsi nella gestione delle risorse locali. Accanto a
gruppi familiari di benestanti, proprietari di terra e castagneti,
furono presenti anche ricche e nobili famiglie come i Gotti
nel XVI - XVII sec. e, a partire dai primi del '700, i Carli,
nobili senesi.
Minerali e miniere nell'antichità.
Il Neolitico e l'Età dei Metalli
I giacimenti metalliferi amiatini furono interessati assai precocemente
da ricerche minerarie. La presenza del cinabro, utilizzato fin
dal Neolitico, spinse allo scavo di gallerie e cunicoli che
tornarono in luce con i lavori dei primi anni del nostro secolo.
Nel corso di queste nuove ricerche furono ritrovati e recuperati
anche strumenti da miniera realizzati in pietra e corno, provenienti
dalle miniere delle Solforate, del Morone, del Siele, del Cornacchino
e di Cortevecchia.
Da queste tre ultime località provengono mazzuoli in
pietra e zappette in corno di cervo , databili, per confronto
con altri rinvenimenti spagnoli e portoghesi, fra la fine del
Neolitico e l'Eneolitico. Nella miniera delle Solforate furono
ritrovate tre mazze in legno ed un tronco di quercia fossilizzato,
quest'ultimo utilizzato come armatura di un'antica galleria.
E' possibile che alcuni dei cunicoli scavati per la ricerca
del cinabro siano serviti anche alla coltivazione del rame,
dato che il metallo poteva essere reperito in filoni all'interno
degli stessi depositi.
A tale proposito va ricordato il rinvenimento di asce a margini
rialzati e panelle di rame e bronzo nei comuni di Castiglion
d'Orcia, Abbadia
San Salvatore, Castel del Piano. Da Castell'Azzara, Castiglion
d'Orcia e Santa Fiora provengono manufatti in rame, bronzo e
ferro che testimoniano, oltre alla circolazione di oggetti metallici
in molte località della montagna, una certa diffusione
di ripostigli databili al Bronzo Antico - Bronzo Medio.
li Etruschi
La civiltà etrusca ha legato gran parte del proprio sviluppo
allo sfruttamento ed alla commercializzazione del metallo, sotto
forma di semilavorato o di manufatto. La commercializzazione
dei prodotti minerari e metallici costituì uno degli
aspetti più significativi delle intense relazioni che
legarono i centri produttori dell'Etruria settentrionale, principalmente
Populonia e Vetulonia, a quelli dell'Etruria meridionale, anello
di congiunzione con gli empori della Magna Grecia. Le mineralizzazioni
più rilevanti da cui le lavorazioni metallurgiche trassero
le materie prime si localizzano sull'isola d'Elba, nel Campigliese,
nel Massetano: all'interno di questi limiti geografici gli Etruscologi
parlano di Etruria Mineraria, luoghi nei quali è documentato
l'intero ciclo produttivo.
Le risorse minerarie del massiccio amiatino, al contrario, non
trovarono in epoca etrusca, un utilizzo così ampio come
attestato per il periodo eneolitico.
Il cinabro venne infatti usato dagli Etruschi come terra colorante,
ma se ne ignorano impieghi certi per la produzione di metallo.
Questa zona montana, area di confine delle città etrusche
di Vulci, Roselle e Chiusi, fu sfruttata soprattutto per le
sue risorse agricole e boschive, mentre non sembra esservi stato
un vero e proprio sviluppo insediativo nel lungo periodo che
va dall'VIII al VI secolo a.C.
Per questo aspetto l'Amiata non si discosta da quanto avviene
in molti altri territori dell'interno, come i monti delle Tolfa,
la zona di Magliano, le aree collinari del Massetano, luoghi
importanti per le risorse economiche che ospitano, e che tuttavia
conoscono un'evoluzione strettamente funzionale ai bisogni dei
centri maggiori.
I Romani:
Con il passaggio dei territori etruschi sotto il controllo romano
le risorse tradizionali della montagna continuarono ad essere
ampiamente utilizzate: è noto in particolare lo sfruttamento
dei boschi.
L'Amiata è sempre stata un ricchissimo bacino di approvvigionamenti
di buon legname, e la presenza di boschi di abete bianco, l'abies
alba tanto apprezzato dai Romani per la costruzione di case
ed imbarcazioni, ne rese il potenziale economico di assoluto
rilievo. Nell'elenco di città etrusche che furono chiamate
a fornire aiuti per la spedizione di Scipione in Africa nel
205, Livio ricorda Chiusi, Roselle e Perugia.
A loro era richiesto di procurare il legno di abete per la costruzione
della flotta: è assai probabile che questo legno fosse
tagliato, fra l'altro, anche nei boschi del monte Amiata.
Per quest'epoca non si hanno informazioni certe riguardo l'uso
del cinabro locale, mentre è nota la produzione di quello
proveniente dalle miniere spagnole della Nuova Castiglia.
Tale lacuna non stupisce affatto, poiché si inserisce
nel generale sotto utilizzo delle miniere della penisola a favore
della concentrazione di attività estrattive nelle provincie
di nuova acquisizione.
La penisola Iberica in particolare, ricchissima di giacimenti
di rame e piombo, ed acquisita da Roma con la fine della II
guerra Punica, conobbe uno degli sfruttamenti minerari più
massicci e duraturi della storia antica; tale utilizzazione
si protrasse oltre la fine del II secolo d.C.
Miniere e metalli nel medioevo:
Il medioevo conobbe certamente l'utilizzo dei depositi minerari
dell'Amiata, sia di quelli cupriferi ed argentiferi, che dei
minerali di antimonio e ferro. Quanto al mercurio, di questo
si conosce l'impiego come colorante, come rimedio medicamentoso
e come elemento chiave nella pratica metallurgica dell'amalgama
per ottenere metalli preziosi.
I frequenti richiami della trattatistica tecnica di scuola senese
alla disponibilità di questo metallo, ne fanno presupporre
un reale e diffuso utilizzo nei vari campi di applicazione,
e dunque se ne può dedurre che i giacimenti amiatini
costituissero un reale bacino di approvvigionamento, ricco e
facilmente raggiungibile.
Il ferro:
Fra le risorse minerarie e le attività metallurgiche
amiatine, quella siderurgica conobbe un particolare sviluppo,
legato in special modo alle lavorazioni metallurgiche.
Già in documenti del IX secolo compaiono i primi indizi
dell'esistenza di fabri, figure professionali specializzate
nella lavorazione del ferro. Si precisano inoltre, aree a netta
vocazione siderurgica, come la valle dell'Ente, che manterranno
questa loro caratteristica fino ai nostri giorni.
Si associa alla comparsa dei fabri la menzione di strutture
produttive connesse ad opere di regimazione delle acque, queste
ultime necessarie per lo svolgimento di alcune fasi del processo
produttivo.
Tali figure specialistiche rivestiranno a lungo un ruolo di
particolare rilievo nella struttura sociale e produttiva amiatina.
Se ne ritrova eco nello statuto di Abbadia
San Salvatore del 1434 che introduce tutele specifiche per
la categoria dei fabbri. A partire dal IX secolo molte strutture
produttive furono controllate dall'Abbazia di S.Salvatore che
ne promosse una diffusione capillare nel territorio. Con il
XII secolo all'Abbazia di S.Salvatore si affiancarono nuovi
enti monastici, impegnati anch'essi a sviluppare attività
economiche e manifatturiere sulla montagna, e cioè il
Monastero Camaldolese di S. Benedetto del Vivo e l'Abbazia di
S.Trinità di Montecalvo, espressione della potente famiglia
degli Aldobrandeschi.
E' utile ricordare che proprio gli Aldobrandeschi si distinsero
fra le grandi famiglie nell'acquisire territori a vocazione
mineraria e nell'incentivarne la produzione sia estrattiva che
metallurgica.
I mulini e la Via Francigena
La naturale disponibilità di acque e di legname di buona
qualità fece proliferare gli impianti produttivi che
sfruttavano l'energia idraulica; alcuni indizi fanno risalire
queste prime applicazioni tecniche alla fine del IX secolo.
Tali impianti furono dislocati lungo i torrenti maggiori della
montagna, ed anche nella vallata che guarda verso Radicofani.
Nel 903 comparvero strutture di regimazione delle acque presso
il casale di Callemala, tappa di rilievo lungo la via Francigena
in Val di Paglia.
Queste strutture si sovrapposero a preesistenti apprestamenti
siti nel medesimo luogo, a testimonianza di una lunghissima
tradizione nell'uso dei torrenti della vallata per fornire forza
motrice alle differenti manifatture ospitate dai molendina.
Nel X secolo i mulini nella località di Callemala si
moltiplicarono, e furono tutti controllati dall'Abbazia di S.Salvatore.
Con il passare del tempo ne aumentò anche la diffusione
nella vallata, e così, dopo il Mille, i mulini comparvero
nel burgo de Voltole, altra importante località posta
lungo il tracciato della Francigena.
Dall'alchimia alla metallurgia:
Il mercurio,
unico metallo liquido a temperatura normale, sin dall'antichità
più lontana, ha suscitato curiosità e interesse.
In particolare fu al centro della curiosità e dell'interesse
dell'alchimia, una disciplina teorica e applicata, che aveva
per fine precipuo la trasformazione dei metalli vili in metalli
preziosi.
L'alchimia conobbe la sua stagione più florida durante
il medioevo e fino al rinascimento, quando però dovette
lasciare il posto alla chimica che, pur raccogliendone l'eredità,
seppe marcare delle profonde e insanabili rotture.
Infatti, mentre l'alchimia mirava ad una conoscenza globale
e intuitiva del mondo e subordinava i propri risultati al consenso
ed all'azione di potenze extra umane, la chimica si appoggia
esclusivamente su basi razionali e quantitative.
Le origini dell'alchimia vengono fatte risalire a Ermete Trismegisto,
un sapiente vissuto in Egitto duemila anni prima di Gesù
Cristo, ma molto probabilmente il suo nome trova origine nella
fusione dei nomi di due divinità, una greca, Ermes (o
Mercurio per i romani), ed una egiziana, Toth (Trismegisto,
infatti tris mega Toth = tre volte grande Toth).
Il procedimento metallurgico specifico dell'alchimia mirava
alla trasmutazione di metalli come il piombo, in argento con
una operazione chiamata piccolo magistero, o in oro, grande
magistero.
Per quel che riguarda il mercurio ed il suo ruolo nell'universo
alchemico, occorre ricordare che esso fu considerato "anima"
di tutti i metalli, e fu al centro di tutti i tentativi alchimistici
di ottenere l'oro, come sostenne di essere riuscito a fare il
francese Denis Zachaire, che pagò con la vita il segreto
del suo procedimento.
La metallurgia del mercurio:
Nella metallurgia del mercurio si usavano due soli processi:
1 - distillazione
2 - arrostimento
Il processo di distillazione era basato sulla riduzione del
cinabro per mezzo della calce viva o del ferro (in pezzi o limatura)
entro recipienti chiusi, riscaldati esternamente. Il mercurio,
che si svolge in vapore, esce sotto pressione, passa nei condensatori
e si raccoglie sotto l'acqua allo stato metallico.
Il processo di arrostimento, può applicarsi in mucchi,
in forni a tino (o a torre) e in forni a caduta.
Le planches dell'Encyclopedie descrivono uno dei metodi antichi
di produzione, ricostruito attraverso una tavola ricavata dal
De re metallica di George Agricola. L'estrazione
del mercurio dal suo solfuro (HgS), veniva compiuta all'aria
aperta. Il cinabro frammentato era introdotto in vasi poi chiusi
con muschio, capovolti, incastrati su altri vasi e interrati
in prossimità del fuoco. Il calore provocava una reazione
chimica che produceva mercurio puro allo stato gassoso. Il raffreddamento
successivo causava la caduta dal vaso superiore a quello inferiore
del mercurio che, filtrato dal muschio, passava allo stato liquido.
Le pagine di Agricola, come sostiene lo scienziato Aldo Mieli,
sono largamente dipendenti dalle descrizioni che Vannoccio Biringucci
aveva fatto nel suo De la Pirotechnia. Interessante osservare
che lo scienziato senese aveva dedicato per primo una forte
attenzione agli effetti nocivi del mercurio. "Ha proprietà
di contrarre li nervi a quelli artefici che lo estraeno de la
miniera, se non son molto cauti, et a quelli che longamente
manegiando il pratticano, fa tutti li lor membri deboli e paralitici".
Ad Almaden, dal '500 fino ai primi decenni del XX secolo, è
stato usato il forno Bustamante, a sezione circolare, con il
focolare nella parte inferiore e la camera di distillazione
nella parte superiore, dove si caricava il cinabro. I condensatori
erano costituiti da tubazioni in terracotta. Il mercurio colava
dalle tubazioni e, attraverso appositi fori, finiva su un pavimento
inclinato. Questo tipo di forni non poteva funzionare in estate,
a causa della elevata temperatura esterna che danneggiava il
processo.
Nel 1782 ad Idria si cominciarono a sperimentare le prime camere
di condensazione che, nonostante i perfezionamenti introdotti
nel 1842 da Glovacki, mantenevano un elevato rischio di intossicazione.
Restava ancora aperto, e difficile da risolvere, il problema
della cottura del cinabro. I forni erano ancora primitivi, fortemente
nocivi e inquinanti, e soprattutto incapaci di eliminare le
elevate perdite di mercurio metallico prodotto con una notevole
scarsità di raccolta.
Il mercurio nell'età moderna (XVI - XIX secolo):
Alla fine del XV secolo ai giacimenti di cinabro del Monte Amiata,
conosciuti già dagli etruschi, ma sul cui sfruttamento
nel medioevo e nella prima età moderna si hanno notizie
frammentarie, ed a quelli di Almaden (Spagna), coltivati da
cartaginesi e romani, si aggiungevano le miniere di Idria, successivamente
quelle della Boemia, che restarono in esercizio fino al 1820
e del Palatinato renano, chiuse nel 1830. Dopo la conquista
spagnola, in Perù fu avviata la coltivazione del giacimento
di Huancavelica.
L'utilizzazione del mercurio, nell'antichità usato esclusivamente
come colorante dei tessuti, conobbe nella seconda metà
del '500 un forte incremento quando cominciò ad essere
impiegato nelle miniere argentifere messicane e peruviane dove
il metallo prezioso veniva prodotto attraverso il processo del
patio o dell'amalgamazione.
Fu allora creato il forno Bustamante, dal nome del suo inventore
che lo introdusse ad Almaden.
Nell' '800 nuove miniere di mercurio entrarono in produzione
negli Stati Uniti (New Almaden in California, che consentì
lo sfruttamento dei giacimenti auriferi della Sierra Nevada;
poi New Idria, Edington e Sulphur Bank), in Messico (Huitzuco,
nello Stato di Guerrero), in Russia (Nikitovka, nella regione
del Donec).
Anche le miniere del Monte Amiata iniziarono la coltivazione
nell' '800: Siele nel 1846, Solforate Schwarzenberg nel 1875,
Cornacchino nel 1880, Reto Montebuono nel 1886, Abbadia San
Salvatore nel 1897.
Altre furono messe in coltivazione negli anni immediatamente
successivi, ma ormai nel nuovo secolo: Pietrineri nel 1902,
Solforate Rosselli nel 1907, Morone nel 1909, Cerreto Piano
nel 1911.
La scienza ed il mercurio prima della rivoluzione chimica
In natura, il mercurio si presenta raramente allo stato puro.
Solitamente è sempre legato allo zolfo e forma così
il composto da cui viene estratto: il cinabro. In Toscana oltre
ai giacimenti dell'Amiata, ne esistevano altri sulle Alpi Apuane
nei pressi di Levigliani. La particolarità e la singolarità
di queste cave era la presenza del mercurio allo stato puro
ossia in forma liquida racchiuso all'interno di cristalli di
quarzo. Fino alla metà del XVIII secolo gli scienziati,
tra cui Giovanni Targioni Tozzetti uomo di scienza alla corte
di Giangastone de' Medici prima e di Francesco Stefano di Lorena
poi, non pensavano che l'origine dei giacimenti minerali fosse
il risultato dell'azione di un calore primordiale "Questi
fuochi e calori sotterranei, ai quali certi chimici, e certi
filosofi fanno fare tanti gingilli, sono una chimera, nata in
capo ad essi filosofi, ed un giargione per ingannare il popolo,
e mostrar di spiegare i fenomeni della natura. Io sfido chi
sia, a farmi vedere questi fuochi e calori sotterranei, tuttora
esistenti e veglianti, oppure farmi vedere le loro tracce e
i loro vestigi". La sua teoria mineralogica si rifaceva
a quella delle "affinità chimiche" sviluppata
da Pierre Joseph Macquer sulla base dell'influenza del sistema
meccanico newtoniano. Così, a conclusione delle sue indagini,
Targioni Tozzetti poteva dichiarare che: "Tutto ciò
mostra, che il mercurio ha dell'attrazione coi materiali, dentro
ai quali sta racchiuso nelle viscere della terra". Soprattutto
egli era però un geologo "nettunista" convinto
dell'esistenza di un principio freddo nella formazione delle
rocce. L'affinità tra il mercurio e gli altri materiali
gli faceva perciò concludere: "...si rende più
verosimile il mio supposto, che quando i materiali del monte
di Levigliani erano liquidi acquosi, il mercurio per via dell'attrazione
con essi, sia restato sospeso ed imprigionato ove ora si trova".
Teoria delle affinità e teorie nettuniste restarono dominanti
fino alla fine del XVIII secolo quando, grazie alle scoperte
di Lavoisier, fu possibile dare alla geologia e alla mineralogia
basi scientifiche di tipo chimico e trarle fuori da ricerche
esclusivamente di tipo autoptico.
Il fornetto per la distillazione del mercurio di Selvena:
Il fornetto, di cui è qui proposta la ricostruzione in
scala, fu realizzato presso Selvena, nella contea di Santa Fiora
nell'anno 1738 dal chimico e naturalista di Camerino Stefano
Mattioli. Venne poi descritto dal celebre naturalista Giorgio
Santi che lo poté osservare nel corso dei suoi viaggi
per le terre di Toscana alla fine del Settecento.
Questo fornetto da distillazione doveva produrre circa 3000
libbre di mercurio
metallico all'anno, e seguiva una procedura non molto dissimile
dal tradizionale metodo della distillazione descritta a metà
'500 nella Pirotechnia di Vanoccio Biringuccio.
La tecnica impiegata si rifà, dunque, ad un ambito storico
e tecnologico ben più antico, e lascia supporre l'esistenza
di una lunga tradizione nell'uso delle risorse cinabrifere di
Selvena. Già nel XIII secolo infatti alcuni documenti
parlano dell'esistenza di una argenteria de Silvena, all'interno
del grande patrimonio della casata Aldobrandesca.
Il funzionamento del forno
Il minerale ricco in cinabro
veniva in primo luogo ridotto in pezzi di varia misura. Questi
erano poi disposti nella metà superiore del forno, attraverso
un'apertura della volta poi sigillata con un rivestimento di
argilla.
Nella metà inferiore della struttura veniva lasciato
lo spazio per accendere il fuoco, a cui era assicurato adeguato
sfogo e ventilazione attraverso alcune aperture laterali praticate
nelle pareti del forno.
Le due metà della struttura fusoria erano divise da una
lastra in peperino. La metà superiore era chiusa da una
volta ottenuta mediante l'incastro perfetto di più pezzi,
tutti sigillati per mezzo di argilla, o lutati, e collegati,
attraverso un'apertura circolare al sommo della volta, ad una
serie di manicotti in argilla di diametro decrescente, anch'essi
incastrati e lutati l'uno con l'altro, ed inclinati opportunamente.
Questa piccola ciminiera terminava con due estremità,
la prima e più grande in asse con i pezzi precedenti,
la seconda aperta ed affacciata su un pentolo pieno d'acqua.
Una volta acceso il fuoco nella metà inferiore del forno,
per effetto del calore si otteneva l'evaporazione dello zolfo,
e la formazione di vapori ricchi in mercurio. Quest'ultimo,
raffreddandosi nel percorso creato dai tubi in terracotta, in
parte si raccoglieva in forma liquida all'interno del recipiente
finale, ed in parte si fissava ai tubi stessi.
Da qui veniva asportato mediante l'introduzione di un'apposito
palo armato di un cencio attraverso l'altra apertura alle estremità
della tubatura.
Il processo di arrostimento delle glebe cinabrine durava in
media dodici ore. Durante questo periodo si poteva procedere
all'apertura laterale della cupola per muovere i pezzi e favorirne
l'arrostimento, ed anche per inserire nuova materia prima.
La contea di Santa Fiora e le tradizioni mineralogiche
Comune signorile, Santa Fiora visse in una condizione di semisovranità
in quanto Signoria maremmana degli Sforza, sino al XVII secolo,
estendendo i propri diritti anche su Castell'Azzara, Selvena
e Scansano.
Appartenuta agli Aldobrandeschi, allorché l'ultima discendente
di quella casata sposò Bosio di Muzio Sforza Attendolo
di Cotignola nel 1439, la contea di Santa Fiora passò
sotto gli Sforza che, grazie ad una convenzione del 1471, riuscirono
a consolidare i rapporti di amicizia con il Comune di Siena.
Nel 1633, a causa di una situazione finanziaria disastrosa,
il conte Mario Sforza fu costretto a vendere al granduca di
Toscana, Ferdinando II de' Medici, la sovranità della
contea, di cui però fu immediatamente reinvestito come
feudatario.
Nel 1674, Federigo II Sforza, sposava la ricchissima Livia Cesarini,
ereditando vasti patrimoni, di cui poté fruire la casata
per lungo tempo. Con l'avvento al trono del granducato di Pietro
Leopoldo, coraggioso sovrano riformatore, e successivamente
con le profonde trasformazioni portate dall'età rivoluzionaria
e napoleonica, il feudo scomparve definitivamente e Santa Fiora
entrò a far parte a pieno titolo del granducato di Toscana.
L'uso delle acque fu l'asse principale di tutte le attività
produttive che durante i secoli dell'età moderna, dopo
la fine del medioevo e fino al XIX secolo, furono presenti nel
comune: molini, ferriere, gualchiere e tintorie.
E' dal '700 in poi che queste attività sono documentate
in pieno svolgimento: una tintoria, lo sfruttamento dell'antimonio,
la coltivazione di vene di cinabro per la produzione del mercurio,
la produzione del salnitro e della polvere pirica, una conceria,
una gualchiera e ferriera.
Nello sfruttamento del mercurio rimane memorabile la fase in
cui la gestione fu nelle mani del chimico Stefano Mattioli di
Camerino che riuscì a ricavare anche 3.000 libbre di
mercurio all'anno, e in quelle del conte Liberati di Parma.
Ovviamente la gestione di quelle attività produttive
risentiva dei limiti di un sistema le cui radici erano di natura
feudale: la proprietà di ogni diritto apparteneva al
duca che ne cedeva lo sfruttamento dietro pagamento di canoni.
Le miniere del cinabro, ad esempio, venivano affittate per 400
scudi annui, ed analogamente si locavano la tintoria, le miniere
dello zolfo e del vetriolo, la privativa della ferriera, della
polveriera e della concia.
Un grosso nodo da sciogliere restò quello dello sfruttamento
dei boschi, delle faggete, le cui risorse erano indispensabili
per il funzionamento delle manifatture, ad esempio delle ferriere,
ma anche del forno per la distillazione del mercurio.
La distillazione del mercurio secondo Vanoccio Biringuccio
Alcuni altri m'han detto haver veduto mettere (
) un vaso
simile a quello che si chiama campana da distillare, che col
suo canale ricoglie quel che si converte in mercurio, et col
suo beccho longo lo porta nel recipiente. Et così empito
di miniera pesta il vaso di sotto, et con laltro di sopra ben
coperto et acconcio mette nel fornello il fuocho, et fan salire
il mercurio in quel di sopra, et come se fusse acqua tutto quel
che nesce entra nel recipiente. Et così se mai truovasse
di tal miniera che comporti la spesa andarete di questi modi
usando quel che con lasperientia vederete che visia per servir
meglio.
La metallurgia nell'ottocento:
I moderni forni introdotti sull'Amiata a fine Ottocento, adatti
per il trattamento del minerale povero, furono di due tipi.
Forno Cermak - Spirek a cupole per il minerale fino al di
sotto di 30 - 35 mm.
Forno a Torre Spirek o a tino per il minerale grosso.
Il forno Cermak - Spirek "Trichterofen" con caduta
automatica fu introdotto nel 1887 alla miniera di Montebuono
dall' Ing. Vincenzo Spirek. Trattava 12 ton. di minerale al
giorno.
Nel 1890 Spirek ne costruì uno da 24 - 30 ton. alla miniera
del Siele. Insieme ai condensatori Cermak costituì un
forno perfetto per la metallurgia del mercurio.
Il forno a torre Spirek, insieme ai condensatori Cermak, e con
le innovazioni apportate da Spirek era simile ai forni per la
calce.
Trattava minerale di pezzatura grossa e dava ottimi risultati
anche per minerale poverissimo sino allo 0,1 % di mercurio.
Sia nel forno Cermak - Spirek a caduta o a cupole, sia nel forno
a torre Spirek si aveva il processo di arrostimento, cioè
il minerale veniva a contatto diretto con la fiamma.
Nelle vasche sottostanti la condensazione, si otteneva il mercurio
metallico e i neri.
I neri, massa di mercurio metallico mista a polvere di minerale,
residui della combustione, fuliggine, cenere, venivano mescolati
con calce viva asciutta in un apparecchio, "l'estrattore",
dal quale si ricavava mercurio metallico. Con questa macchina
si estraeva dai neri il 90 - 92 % di mercurio metallico.
Tra XIX e XX secolo la metallurgia del mercurio realizzò
notevoli passi avanti, sia dal punto di vista produttivo, che
da quello dell'igiene del lavoro.
Con il passaggio dai forni a tino o a torre a quelli a torre
Spirek, poi a quelli Cermak - Spirek e ancora a quelli tubolari
rotativi (forno Moeller e Pfeiffer sperimentato ad Abbadia dal
1911 al 1914), si migliorò la resa, mantenendo la condensazione
in depressione controllata con appositi ventilatori. Si riuscì
inoltre a contenere più efficacemente i livelli di inquinamento.
Purtroppo, in conseguenza della guerra che costrinse all'allontanamento
dei tecnici tedeschi, l'esperimento non ebbe un seguito e solo
negli anni '50, con i Gould si poté tornare alla tecnica
dei forni rotativi.
I primi tentativi efficaci sul tiraggio artificiale negli apparecchi
di condensazione per migliorare la ventilazione si ebbero verso
il 1867-1876. Contemporaneamente, con la costruzione dei primi
forni a caduta libera (1875-1878) e del primo forno Cermak (1882-1886),
si realizzava un condensatore perfezionato e a chiusura perfetta.
Quindi Spirek introduceva, prima a Idria poi in Italia (1886-1890)
un forno perfezionato a cupole a cui veniva applicato il condensatore
Cermak.
Con l'ulteriore perfezionamento dei primi forni a torre (1896)
si giungeva a delineare quello che poi sarebbe stato definito
metodo Cermak Spirek.
Una nuova epoca per l'industria del mercurio cominciò
con il 1850 quando l'Ing. Caillaux costruì l'impianto
dei forni per mercurio presso la miniera del Siele, aperta nel
1846. I forni usati dal Caillaux erano di due tipi.
Forno a storte, detto di Urè, o a muffole.
Forno a torre continuo (Forno Caillaux), detto anche forno a
tino, con camera di condensazione in muratura con doccia d'acqua
dalla volta.
Nei forni a storte usati per il minerale minuto, il processo
di sublimazione (distillazione) era fatto in presenza di calce
viva. Lo zolfo si combinava con il calcio ed il mercurio poi,
evaporando, passava nella condensazione costituita da tubi di
ghisa raffreddati con acqua, e si depositava nella vasca sottostante.
La condensazione avveniva sotto pressione e produceva fughe
di gas micidiali per i fornai e perdite in metallo fino al 60%.
Nei forni a torre l'arrostimento del minerale liberava il mercurio
che poi si condensava e si mescolava insieme ai prodotti della
combustione. Questa massa così formata e depositata si
chiama "stupp" o neri: una mescolanza di mercurio
metallico, con polvere di minerale, fuliggine e cenere. Nelle
vasche sottostanti la condensazione, si otteneva il 30 - 40
% di mercurio metallico. Il rimanente restava nei neri che dovevano
essere ancora trattati nei forni a storte. Questi due tipi di
forni producevano rilevanti perdite di metallo e quindi erano
poco adatti ai bassi tenori amiatini.